Smartwatch e medicina, anche se lunga la strada è quella giusta

Il recente sblocco della funzione ECG sugli Apple Watch Series 4 ha riportato d’attualità un tema sul quale a breve si giocherà la partita nel mondo smartwatch.

Consolidata l’utenza di base, ora la grande sfida è elevare l’applicazione dei wearable alla medicina. Rendere cioè le funzioni di un dispositivo affidabili in fase di analisi clinica.

Una scommessa sulla quale da qualche tempo punta apertamente anche Fitbit. Come tutti gli altri al di fuori di Apple, al momento ancora in svantaggio. La sfida però, è appena iniziata e non c’è ancora niente di deciso. «Sempre più spesso i wearable vengono utilizzati anche in ambito sanitario, per ora come strumenti in grado di modificare gli stili di vita in meglio – osserva Lorena Landini, country marketing manager di Fitbit  -. Per questa ragione ne auspichiamo l’impiego in un percorso assistenziale e di prevenzione».

Lorena Landini, country marketing manager di Fitbit

Negli ultimi anni in effetti, sotto questo punto di vista la tecnologia ha compiuto passi importanti. Praticamente tutti gli smartwatch di ultima generazione son dotati di alcuni sensori, come il Vo2 max per misurare la saturazione dell’ossigeno nel sangue, per la cui attivazione manca solo il via libera delle autorità sanitarie.

«Nel frattempo, il nostro focus si concentra sulla prevenzione – riprende Landini -. Se si conduce uno stile di vita sano, si possono evitare problemi di salute cronici come l’obesità, le condizioni che aumentano rischio di incorrere in diabete, malattie cardiovascolari».

Attualmente, rispetto a quelli prettamente medici, i dispositivi consumer come gli smartwatch hanno nel percepito del paziente un effetto differente. Più curati sotto il profilo estetico e lontani dalle forme di uno strumento di cura, risultano meno stressanti.

Inoltre, possono essere utilizzati per un periodo anche lungo senza essere legati direttamente a una patologia specifica. «Grazie al gran numero di informazioni fornite dall’app, qualsiasi utente potrà individuare nuove tendenze in grado di aiutarlo a gestire al meglio la propria salute e il proprio benessere. Insieme ai dati infatti, offriamo consigli e guide personalizzate che coinvolgono l’utente e lo incentivano ad assumere uno stile di vita sano.

Il tempo delle certificazioni non è ancora maturo

Per ora però si resta ancorati a misurazioni di base, per quanto credibili, da considerare puramente indicative sotto il profilo clinico. Le funzioni più diffuse  consentono di registrare alcuni paramenti quali il battito cardiaco in movimento e a riposo, il monitoraggio del sonno e del consumo di calorie. «Stime in grado di fornire indicazioni utili a conoscersi meglio e prendere decisioni più informate - precisa Landini -. Indossando uno smartwatch o un tracker per tutto l’arco delle 24 ore si ha la possibilità di raccogliere una mole di dati completa e nel lungo periodo offrire  una analisi dello stato dell’utilizzatore molto più dettagliata».

Certamente, non esiste ancora un dispositivo consumer in grado di sostituire strumenti medici o scientifici. Le potenzialità non mancano e non è da escludere come diversi wearable, non solo Fitbit, siano già in grado di assolvere il compito. Le necessarie certificazioni però sono conseguenza anche di studi di una certa durata e da questo punto di vista l’evoluzione del settore si scontra apertamente con i tempi tecnici.

«Strada facendo, i dati raccolti saranno sempre più affidabili e potranno essere integrati e utilizzati in un piano medico, affiancandosi a esami medici e terapie, potendo offrire un monitoraggio continuo e costante nel quotidiano, laddove sarebbe complesso essere monitorati da dispositivi medici con continuità».

 

L’impegno non manca

I primi risultati non sono poi così lontani come potrebbe sembrare. Se lo smartwatch Apple ha bruciato la concorrenza sul fronte ECG, i rivali non stanno a guardare. La stesa Fitbit è una delle nove aziende partecipanti al programma pilota FDA per la pre-certificazione di software digitali come dispositivi medici, e già collabora con diverse aziende in ambito sanitario, come United Healthcare, BlueCross Blue Shield, Dexcom, One Drop e Diplomat.

«Abbiamo preso parte a 675 studi di ricerca, dieci volte più di qualsiasi altro brand di dispositivi indossabili, e siamo registrati a ClinicalTrials, uno dei maggiori database di studi clinici al mondo fornito dalla Biblioteca Nazionale di Medicina degli Stati Uniti».

Un impegno sostenuto anche in Italia. Tra i principali progetti seguiti, l’azienda sta contribuendo alla realizzazione di uno studio della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore sulla bradicardia post-partum, con la fornitura di trenta tracker Alta HR utili amonitorare la frequenza cardiaca dei pazienti. Una conferma, neppure tanto indiretta, di un’affidabilità crescente nelle misurazioni. Anche perché ogni giorno che passa, aumentano i dati disponibili su cui lavorare. Sono ormai milioni gli utenti quotidianamente pronti ad alimentare il database.

«Possiamo considerare già significativi i passi avanti compiuti di recente. Oggi lavoriamo con oltre 1.600 imprese nel settore sanitario in tutto il mondo e contribuiamo attivamente a cento piani sanitari per conseguire obiettivi in ambito salute».

Un altro fronte importante, anche se meno visibile per l’utente finale è quello delle applicazioni.  La scelta di offrire un SDK aperto e di integrare i dati Fitbit in ricerche mediche tramite API pubbliche, aprono scenari molto interessanti. «Gli istituti medici possono utilizzare i dati delle attività registrate dai nostri dispositivi e metterli insieme a i propri. Nella fattispecie è l’ente medico che realizza app per i nostri smartwatch ed è lui a certificarle, non noi».

Inoltre, tornando negli USA, i recenti modelli Inspire e Inspire HR, sono parte di Fitbit Health Solution, progetti salutistici per aziende private ed enti pubblici aderenti al programma sanitario nazionale americano. Il modello HR, dotato di cardiofrequenzimetro ottico posto a contatto col polso se indossato giorno e notte fornisce un indice cardiovascolare, il Punteggio di stato di forma, sintomo e cartina di tornasole del proprio livello confrontato con persone simili per età e genere.

A tutt’oggi quindi, resta ancora prematuro associare uno smartwatch a uno strumento medico. D’altra parte, probabilmente neppure i progettisti più ambiziosi e lungimiranti avrebbero osato pensare a un’evoluzione in questa direzione. Eppure, la realtà sta dimostrando non solo quanto sia possibile, ma anche quanto possa rivelarsi vantaggiosa, sotto ogni punto di vista. «La tecnologia e la richiesta del mercato pubblico e privato si stanno indirizzando sempre di più verso quella direzione – conclude Landini -. Il futuro è più vicino di quanto possiamo aspettarci».

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