Il paziente è il big data: come trasformare il sistema sanitario

Anche da quanto detto da Giuseppe Faraci, Cio di Affidea e coordinatore ehealth dell’Aisis, (Associazione Italiana Sistemi Informativi Sanità) al Confronto nazionale sul software in sanità (a Roma, lo scorso 4 luglio), capiamo che il sistema sanitario è di fronte a una trasformazione definitiva.

Oggi, ha ricordato Faraci, il 30% dei malati cronici assorbe il 70% della spesa del servizio sanitario. Significa che da medicina di attesa si deve passare a medicina di iniziativa e lo si può fare solamente con la gestione del dato.

È innegabile che l’intelligenza artificiale sarà la prima tecnologia per la diagnostica, ma i software dovranno essere interoperabili per gestire i percorsi e dovranno esserlo abbastanza in fretta.

La richiesta che fa Laura Arrigoni, Direttore progetti Ict sanitari Estar Toscana, che eroga servizi a livello regionale ai fornitori di software è chiara. Chiede piattaforme affidabili di interoperabilità. I fornitori di software non devono offrire sempre soluzioni nuove per tutto: aggiungere componenti innovative va bene, ma devono consentire la valorizzazione di investimenti fatti.

Laura Arrigoni lo dice a ragion veduta, dato che dal 2016, quando sono state ridotte le aziende territoriali e socio sanitarie, anche i software che gestisce sono in fase di concentrazione.

Non si tratta di un'attività ad alto gradiente di innovazione tecnologica, ammette, ma lo è invece dal punto di vista organizzativo, dato che viene implementata in modo che non vi sia dispersione informativa. Ossia non si deve perdere dati.

Il sistema dei big data quotidiani

Ecco allora che, come dice Gianfranco Gensini, presidente Digital Sit, Società italiana per la salute digitale e la telemedicina, se smettiamo di perdere i dati che ogni giorno produciamo, possiamo fare leva su big data che saranno davvero utili. Serve alla base un’azione razionalizzatrice, perché nella sanità italiana ci sono 19 modi diversi di tassonomizzare le cartelle cliniche.

Il sistema medico è pronto all’uso del digitale, al pari dei pazienti, ma non hanno una guida. Gensini addirittura arriva a ipotizzare la creazione di un whatsapp dedicato alla sanità, che potrebbe essere uno strumento appropriato rispetto all'uso che se ne fa adesso.

Paziente al centro, o centri per il paziente?

E infatti Angelo Tanese, direttore generale Asl Roma 1, consapevole che cambia il modo di lavorare in sanità, invoca un’azione che faccia integrare le competenze digitali con quelle cliniche. Ma occhio nascondersi dietro al mantra del "il paziente al centro", che rischia di diventare un mero slogan di marketing.
Secondo Tanese tutti cercano di metterlo al centro del proprio mini sistema, ma poi finisce che il paziente si trova al centro di cento soluzioni contemporaneamente, e non di un vero sistema integrato. Il rischio, quindi, è di confonderlo.

Massimo Annichiarico, direttore generale Ausl Modena, invece pensa che non vi sia un paziente tipo. In pratica non c'è più “il paziente", i cui comportamenti sono tassonomizzabili a priori. Ciò ci obbliga a muoverci in modo diverso, non più sistemico come un monolite, ma articolandoci in modo flessibile. Oggi ci sono pazienti che decidono loro che canale di comunicazione utilizzare con la struttura snitaria e che ruolo deve avere l'agenzia.

Il punto è che oggi le tecnologie consentono di fare tutto, sostiene Annichiarico, ma noi dobbiamo ridare umanizzazione al servizio e farlo usando la tecnologia, avvicinare i professionisti ai pazienti più di come si fa ora, mettendoli in relazione. La risorsa umana è la più costosa, ma se aggiunge valore, va messo all'apice, come si sta facendo nelle banche.

Educazione digitale permanente

Per Roberto Silverio, medico radiologo e Chief health information officer dell'Azienda sanitaria Alto Adige, il medico oggi non riesce a vedere il vantaggio del cambiamento tecnologico, perché non è formato a farlo. Il paziente invece è già 2.0 ma va educato anche lui, specie e a donare i suoi dati per fare ricerca, per salvare vite. Donare i dati, per Silverio, è come donare il sangue.

Anche per Antonio Lucchetti, direttore sanitario dell'Azienda Sanitaria Regionale Molise esiste un tema di formazione digitale: il medico neolaureato è distante dalla realtà operativa, dalle dinamiche di gestione del paziente al di fuori dall'ospedale. La cultura delle università è ancora centrata sull'ospedale e basata sulla gestione delle acuzie, nulla di più.

FSE, da contenitore a piattaforma

Parimenti le aziende sanitarie locali sul piano della tecnologia vanno per conto loro. Le regioni invece dovrebbero fissare i livelli minimi di erogazione tecnologica, una cosa da stabilire in un patto fra Stato e regioni.

Lorenzo Sornaga, direttore dei sistemi centrali e di accesso per la sanità Laziocrea arriva al punto: se non capiamo che i dati vanno messi a fattor comune, con un'azione governata su una piattaforma abilitante, non riusciamo nella trasformazione. Oggi stiamo accelerando sul Fascicolo sanitario elettronico, ma non dobbiamo intenderlo come un contenitore che eroga i documenti, piuttosto come una piattaforma.

Sistema as a service

Per Gianluca Postiglione, direttore generale di Soresa, centrale di acquisto della regione Campania l'innovazione cambia secondo gli occhi che la guardano. il paziente chiede, i produttori software cercano la killer application, la Pubblica amministrazione è nel mezzo e deve mettere in coerenza i processi. Serve fare riverse engineering per attivare il capitale umano. Le aziende devono smettere di comprare software, ma comprare servizi, pagabili sulla misura dell'outcome raggiunto. Anche per le attrezzature va attuato il modello leasing.

Dati al sicuro e rischio clinico

Alla base di tutto questo c’è ovviamnente il tema della sicurezza del dato. Per Corrado Giustozzi di Cert-PA, la sanità è la vittima perfetta degli attacchi di cybersecurity, perché ha tanto da perdere e non è preparata a fronteggiare gli attacchi. Si aggiunge a ciò il rischio clinico, ossia il peggioramento delle condizioni dei pazienti in seguito a un cyber attacco. In sanità si è stati attenti alla safety dei dispositivi, ma non alla security, ossia alla possibilità di manipolazione del dispositivo.

Anche per Gianluca Giaconia, dell’Associazione italiana ingegneri clinici, la cybersecurity riguarda anche la biometria. Perché qualunque cosa connessa alla rete sarà attaccata. Chi ha sviluppato questa consapevolezza sa che il ransomware potrà portare danni al paziente. Le aziende sanitarie devono sviscerare il fascicolo tecnico del dispositivo per capire se soddisfa i requisiti di security. Ecco perché ella valutazione del rischio aziendale di chi fa biometria va messo il crischio yber, con un lavoro multidisciplinare, sistemi informatibvi e ingegnerie cliniche.

 

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