Verso una sanità digitale tra best practice e criticità

La Fiaso (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere) ha di recente ribadito con forza la necessità di una sanità sostenibile, tra nuove necessità e razionalizzazioni di spesa.

«L’innovazione non può più essere finanziata solo dalle razionalizzazioni, non possiamo non richiedere che il Fondo Sanitario Nazionale non sia sotto finanziato perché abbiamo bisogno di assunzioni, nuovi contratti, turn over delle tecnologie obsolete. In aggiunta, torniamo a proporre per 10 anni un fondo per l’innovazione di 5 miliardi di euro per far diventare l’Italia il Paese più virtuoso nella spesa corrente e quello che sa attrarre importanti investimenti». Così Francesco Ripa di Meana, presidente Fiaso, ha dato avvio ai lavori della convention della Federazione, una tre giorni dedicata al management della sanità svoltasi a Roma nel novembre scorso.

La consapevolezza di un invecchiamento della popolazione dovrebbe spingere i decision maker a investire in modo significativo nella digitalizzazione del comparto sanitario. Quello che oggi può costituire un aggravio di spesa in bilanci già in sofferenza potrebbe rivelarsi nel medio-lungo periodo un investimento capace di garantire efficientamento e razionalizzazioni future, e questo solo dal punto di vista economico. Inoltre, l’introduzione di nuove tecnologie contribuirebbe a un miglioramento della vita delle persone, in termini di prevenzione, maggiore efficacia delle terapie, riduzione dei tempi dei trattamenti ecc.

Di fronte a un contesto generalizzato di spesa sanitaria in crescita (si stima che nel 2020 la spesa sanitaria globale raggiungerà gli 8,5 trilioni di dollari), il maggiore invecchiamento della popolazione e i crescenti tassi di cronicità delle patologie rendono gli attuali modelli sanitari inadeguati e a rischio implosione. È dunque necessario un ripensamento dell’attuale sistema sanitario, secondo logiche innovative che conducano a una sanità sostenibile.

Negli anni si è assistito a un generale miglioramento delle cure mediche e assistenziali, ma persistono forti diseguaglianze assistenziali tra aree geografiche; in particolare in Italia, dove l’offerta di cure differisce in modo significativo tra Regioni.

In questo panorama la sanità del futuro deve cambiare quanto a logiche organizzative e modelli di business.

Il cambio di paradigma: value based healthcare

In questo scenario, l’investimento in tecnologie avanzate è fondamentale, con riguardo sia alla diagnostica sia alla cura del paziente. La sanità di oggi si trova davanti un paziente più attivo e consapevole e necessita di tendere sempre più verso una value based healthcare, il modello proposto da Michael Porter (economista americano tra coloro che più hanno contribuito alla teoria della strategia manageriale) che pone al centro delle strategie della sanità del futuro i concetti di valore e centralità del paziente.

Se oggi le strutture sanitarie vengono ancora valutate per il numero delle prestazioni erogate, nel modello porteriano i parametri di valutazione e programmazione vengono stravolti e resettati, per passare dal concetto di costo per singola prestazione a quello di valore-beneficio derivante da un percorso terapeutico integrato. Il modello basato sul valore introduce nuovi metodi remunerativi, riconducibili non più al pagamento della singola prestazione ma che contemplino l’intero ciclo di cura.

In questa prospettiva, il modello ospedale-centrico viene abbandonato a favore di un sistema sanitario integrato a livello territoriale, con strutture in rete capaci di gestire l’intero ciclo di vita di un paziente: dalla presa in carico dello stesso alla cura in centri di alta specializzazione. Il cambiamento di paradigma affida un ruolo strategico alle tecnologie, rendendo necessaria la presenza di piattaforme informatiche integrate in grado di gestire tutto il sistema.

Le nuove logiche sulle quali si sviluppano i nuovi modelli di sanità si basano sulla capacità di gestire in modo efficace i percorsi terapeutici, puntando su programmazione e prevenzione. Non si può quindi prescindere da un ruolo strategico del digitale e della tecnologia, che diventa fattore abilitante per i nuovi processi di gestione dei pazienti.

Affinché sia possibile raggiungere gli obiettivi prefissati è tuttavia necessario assicurare un equilibrio tra investimenti, organizzazione robusta e strutturata, solida linea strategica e forte governance.

Per il nostro SSN è quindi cruciale avviare al più presto un processo virtuoso che contempli l’adozione del digitale a livello di sistema, così da sfruttare i benefici che ne derivano. Ciò è ancora più necessario se si considera l’aumento delle patologie croniche. La situazione attuale non è molto confortante.

Gli ostacoli: deficit di risorse e competenze

Il digitale in sanità è ancora poco significativo, in termini di spesa.

«Parliamo di 1,6 miliardi di euro, che rappresentano solo il 2,4% del mercato digitale complessivo», dichiara Annamaria Di Ruscio in occasione del Digital Health Summit. «Con una metafora potremmo dire che se il mercato digitale pesasse 1 kg, la sanità digitale peserebbe solo 24 gr». Una spesa che si concentra per l’80% sul mantenimento dell’esistente, incidendo sull’innovazione in modo residuale. «La spesa innovativa digitale all’interno della sanità è pari solo al 13%. Questa piccola quota non riesce ancora a incidere significativamente nell’imprimere una velocità diversa alla trasformazione in sanità».

I dati dimostrano che l’Italia sotto-investe (anche) in sanità digitale.

«Si può guardare al futuro solo attraverso esperienze internazionali mature: queste mostrano che chi ha ottenuto valore dai percorsi di digitalizzazione in sanità ha investito con costanza per un lasso di tempo pluri-decennale. Basti citare, per esempio, Svezia e Danimarca, che investono tra 60 e 70 euro a cittadino per la sanità digitale. Per avere un termine di paragone, l’Italia si colloca sotto i 30 euro», sostiene Giuliano Pozza, presidente AISIS. «Se il digitale può contribuire in termini di efficienza a ridurre problematiche legate a sovra utilizzo, sottoutilizzo, frodi e abusi nell’ambito sanitario, aree che da sole rappresentano una spesa di circa 15 miliardi di euro, come mostrato dall’ultimo rapporto Gimbe, è il cambio di paradigma l’unico driver che può garantire efficacia a un sistema che deve fronteggiare trend in crescita come invecchiamento e cronicità».

Tuttavia, per ottenere un significativo cambio di passo nella crescita del sistema sanitario, rispetto alle nuove sfide che si affacciano all’orizzonte, oltre alle tecnologie sono fondamentali tre ingredienti: investimenti, leadership e competenze delle figure coinvolte, unite a una strategia chiara e realizzabile e stabilità di governo del percorso.

Le ultime due variabili sono strettamente interrelate, poiché entrambe sono parte del contesto umano e culturale di riferimento.

Lo scenario europeo di riferimento

Diverse rilevazioni effettuate in Europa hanno evidenziato la leadership di 6 Paesi per la digitalizzazione del sistema sanitario: Olanda, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Svezia e Regno Unito. Incrociando questi dati con altre rilevazioni svolte dalla Commissione Europea in tema di competenze digitali di tecnici e cittadini, emerge che i 6 Paesi top skill sono quelli sopra citati. In questa sorta di ranking l’Italia è in fondo alle classifiche, mostrando un preoccupante e perdurante ritardo a livello di formazione e competenze digitali.

La sanità del futuro ha bisogno di investimenti significativi, che però da soli non bastano se permangono frammentazione e deficit di competenze dei nuovi profili professionali e dei team multidisciplinari richiesti dalle nuove sfide. In Italia c’è forte disomogeneità regionale, con ruolo marginale della sanità digitale, che non può svolgere quel ruolo di volano per la crescita riscontrato in altri Paesi UE. A ciò si aggiungono le criticità legate alla regionalizzazione della sanità per l’interoperabilità e gli standard comuni tra le diverse Regioni.

L’interoperabilità richiama il tema dei dati sanitari sensibili, nodo strategico per un sistema sanitario integrato ed efficiente. Purtroppo, manca una politica del dato che gli permetta di essere sfruttato, fruito e riutilizzato dal sistema.

«Elemento determinante è la condivisione dei dati clinici, possibile grazie a standard internazionali di interoperabilità - secondo Cesare Guidorzi, country manager InterSystems Italia - . Il mondo della salute è ancora frammentato. I pazienti incontrano operatori sanitari diversi che poco o nulla sanno dei passaggi precedenti: è il paziente a orchestrare le proprie cure, spesso con aggravio di costi sul sistema ed esiti peggiori. La sanità digitale consente di coordinare le cure, sollevando il paziente dall’ingrato compito. La base di tutto è la condivisione dei dati clinici, permessa dagli standard internazionali d’interoperabilità, che anche in Italia vanno affermandosi. Su questa base di dati condivisi nascono tre grandi tendenze. Empowerment, ossia informazione del paziente con il fascicolo sanitario e l’accesso diretto ai servizi in modalità digitale; possibilità del sistema di auto-organizzarsi, con una storia completa del paziente disponibile per gli operatori, questi possono erogare cure migliori e proporre il percorso più appropriato; qui strumento chiave è la cartella clinica elettronica “evoluta”, ossia aperta ai dati esterni, strutturata per problemi e dotata di capacità di decision support per i clinici; coordinamento delle cure trasversalmente ai setting di cura, attraverso PDTA informatizzati e strumenti di coordinamento».

Anche in sanità le idee, le competenze e le risorse provengono da strutture collocate fuori dal sistema come start-up, imprese, enti di ricerca, programmatori. La digital innovation è infatti solo una faccia di una business innovation volta a generare valore e risultati in termini di qualità, efficacia ed efficienza per i cittadini.

Cesare Guidorzi, in una sessione della convention Fiaso sull’innovazione, ha mostrato dati interessanti sull’impatto della tecnologia a favore della riduzione della spesa.

«L’impatto delle best practice ha ridotto la degenza media del 5%, con un risparmio di circa 140 milioni di euro l’anno. Anche le performance hanno un ruolo determinante, si pensi che la riduzione di 3 secondi per visita, grazie a sistemi a risposta veloce, garantirebbe un risparmio annuo di 180 milioni di euro. Anche i piccoli miglioramenti, dunque, giustificano gli ingenti investimenti necessari, che sono opportunità e non costi», conclude Guidorzi.

Da un lato, dunque, servizi utili a un maggiore e migliore coordinamento di staff clinico e operatori sanitari, dall’altro innovazioni a supporto del cittadino. La tecnologia deve porsi al servizio di medici, farmacisti, specialisti e cittadini producendo valore aggiunto e lo si può fare intervenendo su molti aspetti dell’attività quotidiana.

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