Home Tecnologie Il ruolo dell'empowerment del paziente nel post-pandemia

Il ruolo dell’empowerment del paziente nel post-pandemia

La pandemia ha messo in luce quanto i nostri sistemi sanitari globali spesso si trovino in un equilibrio precario: i necessari lockdown hanno salvato molte vite, ma le ripercussioni non sono state distribuite in egual misura, come sa quel paziente le cui cure, non urgenti e di routine rispetto alla pandemia, sono state rimandate per un lungo periodo.

La vera portata e gli effetti di quanto è successo non sono ancora completamente emersi, se si calcolano i casi di persone che hanno evitato completamente di chiedere aiuto  per paura di un’infezione o per timore di appesantire il servizio sanitario.

Per il Ceo e Presidente di Omron Healthcare Europe, Andre Van Gils, ora è importante guardare avanti e capire cosa poter imparare da questa esperienza e come migliorare per il futuro, posto che le nuove pratiche che possono rimodellare profondamente il modo in cui affronteremo un’eventuale prossima pandemia.

«Credo che ci sia un passaggio mancante nel rapporto tra paziente e servizio sanitario – sostiene Van Gils – che invece sarebbe di supporto a tutti, realizzabile rivedendo drasticamente i ruoli e le responsabilità della sanità pubblica e gestendo in maniera proattiva la propria salute: l’empowerment del paziente attraverso l’uso della tecnologia».

La possibilità di disporre ovunque ci si trovi di dispositivi medicali di facile utilizzo da parte del paziente, supportati dall’infrastruttura dei servizi sanitari e dalla formazione, potrebbe alleggerire in tempi immediati molteplici oneri attualmente a carico del sistema.

Inoltre questi dispositivi darebbero al paziente accesso a un livello di comprensione e chiarezza sul proprio stato di salute senza precedenti: spesso si fa riferimento a monitoraggio remoto del paziente (RPM), dati sanitari generati dal paziente (PGHD) o, più semplicemente, monitoraggio del benessere.

Andre Van Gils, Ceo e Presidente di Omron Healthcare Europe

Sebbene un tale approccio si stesse già muovendo in questa direzione, il COVID-19 ha chiarito che non si stava procedendo abbastanza velocemente.

Per Van Gils la telemedicina è stato il successo più rapido e semplice raggiunto in questa esperienza, sia per praticità sia per costi di implementazione relativamente contenuti. «Senza dubbio è basilare che gli appuntamenti di persona rimangano disponibili per i pazienti ad alto rischio e per chi che ne ha necessità, ma le consultazioni telefoniche e video sono state opzioni vincenti. La telemedicina ha contribuito a ridurre le preoccupazioni dei pazienti e alleggerito il carico delle risorse, incluso lo spazio fisico, pur aderendo alle linee guida governative e fornendo servizi adeguati».

Eppure, attualmente la telemedicina si posizione ancora solo sulla superficie di quello che la tecnologia potrebbe davvero fare: l’assistenza sanitaria a distanza può andare ben oltre.

La pandemia, sostiene Van Gils, ha dimostrato che le persone non sono disposte a stare sedute senza far nulla. «Se ad esempio un paziente accusa improvvisamente la tosse o si sente poco bene, vuole sapere se ha contratto il coronavirus senza rischiare di contagiare altri in attesa di un responso. Proprio nell’interesse di tutti sono stati sviluppati kit di test domestici. Se confidiamo che le persone li utilizzino, perché non pensare di fare di più anche per altri scopi?»

È qui che entra in gioco l’empowerment del paziente abilitato dalla tecnologia: «con la corretta formazione e gli strumenti giusti, il paziente può monitorare il proprio stato di salute comodamente da casa e in totale sicurezza. Sono poi i singoli a decidere quali informazioni condividere con medici, compagnia assicurativa o datore di lavoro, ma nel frattempo possono trovare sollievo e ottenere informazioni validate. Anche i professionisti sanitari ne beneficerebbero perché in tempi brevi possono accedere a dati affidabili raccolti in un periodo di tempo più esteso, valutare a distanza il quadro del paziente e approcciare la corretta assistenza da fornire, riducendo al minimo i rischi di esposizione».

I sistemi sanitari globali dovrebbero condividere la responsabilità con i pazienti, consentendogli di assumere un maggiore controllo della propria salute e al tempo stesso semplificare la vita dei medici.

Sebbene il solo monitoraggio da remoto del paziente non consenta di prevenire ulteriori lockdown o misure estreme, potrebbe certamente aiutare a diminuirne la portata.

Van Gils è convinto che il sistema sanitario dovrebbe offrire tecnologia medicale di facile utilizzo a chi ne ha bisogno. «Parte di questa tecnologia è già disponibile in commercio e consente ai pazienti di verificare la propria pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, il ritmo del sonno, il conteggio dei passi, il peso e molto altro».

È soltanto però tramite la collaborazione con aziende health tech che nuovi servizi integrati possono proliferare efficacemente. Con i dispositivi adeguati, il monitoraggio remoto del paziente (RPM) consente di tenere sotto controllo lo stato di salute, tracciare cambiamenti e compilare cartelle cliniche comodamente da casa e in piena sicurezza.

Ma il sistema sanitario sarà in grado di mettere in pratica un’azione olistica relativamente ai dati sanitari generati dal paziente in maniera sufficientemente rapida da generare un impatto reale?

Per il Ceo di Omron saranno necessari un obiettivo comune e condiviso, responsabilità e collaborazione per realizzare questa opportunità. «La visione del mondo è cambiata significativamente in questo periodo così particolare: l’intenzione si è trasformata in impegno. Ma è arrivato il momento in cui l’impegno porti all’azione, generando vere partnership. L’opportunità esiste e sono fiducioso: il care delivery si trasformerà, partnership e collaborazioni ci aiuteranno a cogliere questa sfida e il benessere personalizzato sarà sempre più vicino».

 

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