Big data, Sap: si parte dal change management

Dietro un termine esteso e pervasivo come Big Data si nascondono sfide e opportunità abbastanza ampie perché ogni pretendente possa ritagliarsi un proprio spazio. Alcune sfide di base però, restano uguali per tutti, dalla raccolta dati, alle correlazioni, prima di arrivare alla vera e propria possibilità di distinguersi con i risultati delle analisi dei dati.

«La sanità è un mondo di Big Data per definizione – ammette Carla Masperi, Chief Operating Officer di SAP -. In Italia in particolare, la caratteristica più evidente è trovare sistemi IT molto variegati composti da piccole isole, conseguenza di un approccio non organizzato».

Il risultato, è una sfida di livello superiore, dove per raggiungere risultati paragonabili a quelli di altre nazioni serve uno sforzo più importante. «Dobbiamo prima di tutto distinguere due grandi filoni – prosegue Masperi -. Uno legato alla ricerca e alimentato dalle informazioni ottenute durante la cura dei pazienti e opportunamente rese anonime. L’altro invece più personale, inseguendo il sogno di Electronic Medical Record, vale a dire una sorta di cartella digitale completa in grado di seguire il paziente ovunque».

Orientato ad alimentare la ricerca il primo, rivolto invece alla cura del paziente il secondo. In entrambi i casi, il risultato è simile, un vero e proprio Data Lake pronto a trasformarsi un prezioso patrimonio per chi riesce a gestirlo e ricavare informazioni affidabili.

«Il nostro è un approccio dicotomico. Mentre si cura un paziente, da una parte si ricavano dati importanti per alimentare il database, dall’altra si sfrutta quello esistente per ottenere supporto in tempo reale. Il protocollo medico può quindi essere affiancato dalle correlazioni esistenti».

Una strategia già in grado di mostrare risultati interessanti. Dalla collaborazione con l’American Society of Clinical Oncology è scaturito un archivio con le storie cliniche di un milioni di pazienti colpiti da tumore. Un supporto rivelatosi utile in fase di prevenzione.

Spinta decisiva per la telemedicina

Dal punto di vista del cittadino, i Big Data nella Sanità si manifesteranno però in modo diverso, molto più diretto. Almeno, questo è l’auspicio e l’impegno anche di SAP. «La telemedicina segnerà una vera svolta sottolinea Masperi -. La consumerizzazione dell’IT è già arrivata a questo livello, spesso il paziente cronico può essere curato a distanza e si può aumentare le possibilità di prevenire fasi acute. Pensiamo per esempio al diabete».

Ai benefici immediati sulla qualità della vita, si sommano quelli non secondari di ridurre il numero di visite e ricoveri e di conseguenza i costi del sistema sanitario. In Italia però, non tutto funziona esattamente come da manuale. «La vera difficoltà non è nei protocolli giustamente molto rigidi presenti nella Sanità. Non ci troviamo di fronte a una struttura aziendale integrata, ma tanti processi scarsamente correlati. Prevale la specialità clinica e si punta di conseguenza solo alle capacità in ambito medico. Sottovalutando invece, come con adeguati processi si riuscirebbe a far circolare meglio le informazioni e riportarle ai pazienti. Per i bravissimi medici su cui possiamo contare, sarebbe un aiuto importante».

Una questione personale

Prima ancora di un problema tecnico, i Big Data in Sanità devono quindi affrontare il più ostico risvolto del Change management. L’avanzata del digitale è ormai evidente inarrestabile a tutti i livelli. Per riuscire a gestirla senza esserne travolti, la soluzione passa inevitabilmente per una maggiore sintonia a tutto campo.

«Non possiamo negare un certo ritardo dell’Italia – sottolinea Masperi -. Tuttavia, inizia a emergere un certo fermento, soprattutto per l’integrazione a partire del livello amministrativo. La necessità di raggiungere un maggiore controllo dei costi è ormai chiara e i mezzi non mancano».

I risultati nel settore privato non mancano. Nel pubblico invece, spesso ci si scontra con ostacoli più pratici, a partire dalla durata in carica di tre anni per i Direttori Sanitari. Insufficienti per una pianificazione efficace di lungo termine. D’altre parte, è vero invece come il cloud stia rendendo la vita molto più semplice a chi ha intenzione di agire.

«Come ogni altra azienda, anche in ospedale serve un Chief Innovation Officer. Il device non può più rappresentare una barriera all’integrazione. Il vero problema è colmare il divario a livello di consapevolezza, convincersi di poter sfruttare la tecnologia al servizio dei processi ospedalieri».

Integrare un passo per volta

Obiettivi e prospettive condivise non riescono inevitabilmente a superare le grandi differenza nazionali a livello territoriale e la possibilità di sfruttare meglio i Big Data. Aumenta quindi la responsabilità di gestire una catena di servizi. «Contiamo su partner specializzati nel settore, chiedendo standard ancora più elevati. Realtà in grado di integrare le nostre soluzioni con quelle presenti negli ospedali, fino a prendere in considerazione un intero sistema. In situazioni del genere, non è realistico pensare a un trapianto totale di tutti organi, bisogna sempre partire dall’integrazione».

I tratti tipici dello scenario italiano frammentato e diffidente, non mancano. D’altra parte, anche la curiosità si sta facendo strada e questo per il mondo IT è il passaggio decisivo. «L’obiettivo è chiaro, mentre i dubbi sono tutti sul percorso da seguire – conclude Carla Masperi -. È difficile già individuare il primo passo e spetta a noi il compito di accompagnare la singola realtà. A grandi linee, la strada non è molto diversa da quella seguita a suo tempo con l’avvento dei gestionali nella manifattura. Solamente, bisogna mettere in preventivo tempi più lunghi».

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