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Intelligenza collettiva e digitale per vincere le sfide della sanità

L’intelligenza artificiale e i big data sono strumenti su cui il mondo scientifico sta oggi facendo grande affidamento per risolvere alcune delle più grandi sfide del nostro tempo. Spesso però si tratta di sforzi che si muovono in modo disgiunto, pur seguendo binari paralleli. Quindi perché non mettere in comune tutte le conoscenze per ottenere un risultato o migliore o più efficace?

Questa, in estrema sintesi, è l’idea che sta alla base al concetto di intelligenza collettiva che ha sviluppato Geoff Mulgan. Più in dettaglio, con il termine intelligenza collettiva Mulgan intende «un’intelligenza distribuita, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta a una mobilitazione effettiva delle competenze».

Si tratta di una modalità di collaborazione resa possibile dall’impiego di tecnologie digitali e che permette a milioni di individui di condividere la propria conoscenza potendo in questo modo raggiungere obiettivi che da soli non sarebbero in grado di realizzare.

Tra i benefici che apporta l’idea di intelligenza collettiva troviamo proprio l’interazione e la condivisione di competenze tra persone sconosciute. L’intelligenza collettiva va anche oltre. La mobilitazione di conoscenza offre la possibilità a società e organizzazioni di pensare più in grande e impegnarsi in progetti di larga scala. Un chiaro esempio alla portata di tutti dell’uso dell’intelligenza collettiva è Wikipedia, dove milioni di volontari condividono il loro sapere a beneficio della comunità.

Per sfruttare nel migliore dei modi tutti i maggiori vantaggi offerti dall’intelligenza collettiva c’è da affrontare un aspetto da cui non si può assolutamente prescindere: le professioni, le istituzioni e l’approccio alla condivisione, al modo di interagire e lavorare, necessitano di essere ripensate completamente.

Al riguardo, Mulgan è categorico: i processi in atto non possono essere adattati all’uso dell’intelligenza collettiva, vanno rimodellati a partire dalle fondamenta. Solo in questo modo se ne può apprezzare il reale valore e il suo impiego può fare davvero la differenza. Va da sé che diventa necessario rivedere anche la struttura informativa aziendale, per poter disporre di una corretta dotazione digitale che sia in grado di fornire il supporto necessario.

Al contrario, un adattamento parziale dei processi all’uso dell’intelligenza collettiva non solo può causare risultati scadenti, ma può portare anche al fallimento dei progetti e dei processi in atto.

Il valore della condivisione

Per sua natura, l’intelligenza collettiva si basa sul concetto di condivisione della conoscenza. Questo evidentemente comporta il rischio della messa in comune di informazioni parziali o non veritiere, come per esempio le fake news, e ciò ne può impedire una piena diffusione. Un discorso analogo può valere nel caso del fallimento di alcuni progetti sviluppati nell’ambito dell’intelligenza collettiva.

Geoff Mulgan è consapevole che questo sia un fatto che possa accadere, però ritiene che sia un rischio che vale la pena affrontare perché «l’intelligenza collettiva, coniugando conoscenza delle persone con strumenti digitali, ha il potenziale di risolvere alcune delle più grandi sfide del nostro tempo». Prime fra tutte quelle poste dal mondo della sanità. Vediamo allora cosa induce Mulgan di fare tale affermazione.

Secondo la sua definizione più limitativa e limitata, l’intelligenza collettiva riguarda essenzialmente i modi in cui gli individui collaborano online. Se invece la si valuta in senso più ampio, ha per oggetto tutti i tipi di intelligenza che si manifestano su vasta scala.

Chi è Geoff Mulgan

Dal 2011 Geoff Mulgan è il Chief Executive del National Endowment for Science Technology and the Arts (NESTA), la fondazione per l’innovazione del Regno Unito che gestisce una vasta gamma di attività in materia di investimenti, innovazione pratica e ricerca. Tra il 1997 e il 2004 Geoff ha ricoperto vari ruoli nel governo del Regno Unito, tra cui direttore dell’Unità Strategica del Governo e responsabile delle politiche dell’Ufficio di Gabinetto del primo ministro. Dal 2004 al 2011 Geoff è stato il primo Chief Executive di The Young Foundation. È stato il primo direttore del think-tank Demos; capo consigliere di Gordon Brown, deputato e reporter della BBC TV e radio. È stato visiting professor presso la London School of Economics, l’University College of London e la Melbourne University ed è attualmente un senior visiting scholar presso l’Università di Harvard. È autore di diversi libri, tra cui “Big Mind – L’intelligenza collettiva che può cambiare il mondo” (Codice Edizioni), in cui si ritrovano molti dei concetti riportati nell’articolo.

Nell’accezione più estesa racchiude l’insieme della cultura e della civiltà umane che costituiscono l’intelligenza collettiva della nostra specie. Questa viene tramandata per mezzo di libri e scuole, conferenze e manifestazioni, o da genitori che insegnano ai bambini a stare composti, a mangiare o a vestirsi al mattino.

I potenziali vantaggi si vedranno soprattutto a livello globale. Internet e i social media permettono effettivamente una condivisione a livello planetario ma, secondo la visione di Mulgan, siamo lontani dal poter disporre di un’intelligenza collettiva veramente globale, che possa essere impiegata per la soluzione di problemi globali, dalle minacce per il clima alla povertà, dalla violenza alle pandemie.

È comunque un fatto indiscusso che l’interconnessione di molteplici macchine e persone consenta di pensare in modi totalmente nuovi e di combinare le risorse in modalità inedite per identificare con maggiore rapidità gli inconvenienti e risolvere problemi complessi.

Per fornire un esempio concreto delle proprie teorie, Mulgan cita un osservatorio che individua lo scoppio di un’epidemia globale di Zika: grazie all’intelligenza collettiva è possibile predirne la diffusione e guidare i servizi sanitari nazionali nell’allocazione di risorse utili al suo contenimento. Ed è proprio nell’ambito della medicina che si sono avute diverse altre ambiziose iniziative.

Esempi in questo senso sono MetaSub, che mappa il genoma microbico urbano globale per meglio comprendere i modelli della resistenza antimicrobica, oppure la creazione dell’AIME (acronimo di Artificial Intelligence in Medical Epidemiology). Si tratta di una rete globale che usa l’intelligenza artificiale per monitorare e predire lo scoppio di focolai di Zika e dengue, combinando metodi di osservazione sofisticati, potenza di calcolo e incentivi comportamentali mirati (per ricompensare chi scova nuovi potenziali focolai sono stati usati gli stessi meccanismi impiegati nel gioco Pokémon GO).

Intelligenza collettiva e sanità

È proprio nel mondo della salute che Mulgan evidenzia l’esempio più eclatante di questa paradossale mescolanza di intelligenza potenziale e di risultati spesso deludenti. Oggi internet rende fruibile a livello globale un’enorme quantità di dati. Sono disponibili database su ciascun tipo di cura e i medici si possono avvalere di indicazioni dettagliate su sintomi, diagnosi e prescrizioni. Sono poi investite cifre ingenti nello sviluppo di nuovi farmaci, nella ricerca sul cancro e nella chirurgia.

Tuttavia, ammonisce Mulgan, siamo ben lontani dall’avere raggiunto un’età dell’oro per quel che riguarda le abitudini salutari o la comprensione dei problemi di salute. Le informazioni accessibili in rete sono spesso fuorvianti. Esistono quasi duecentomila applicazioni per dispositivi mobili che sono in qualche modo legate all’ambito della salute, ma solo un numero esiguo di queste può dimostrare di avere avuto effetti positivi sulla salute degli utenti. I media dominanti, insieme a utili verità, diffondono notizie parzialmente attendibili (se non addirittura idee infondate) e milioni di persone compiono quotidianamente scelte che mettono a repentaglio la loro salute.

Sotto molti aspetti i sistemi sanitari mondiali sono precursori dell’intelligenza collettiva, ma sono tante le cose ancora da sistemare. Come nel caso delle prescrizioni di antibiotici, che nel 30-50% dei casi sono inutili, o delle diagnosi, che nel 10-20% delle situazioni sono errate. Per non parlare dei farmaci (tra tutti quelli in circolazione il 25% è contraffatto) o dei decessi causati da errori dei medici (negli Stati Uniti è la terza causa di morte a livello nazionale: ogni anno si hanno 250.000 defunti).

In sintesi, Geoff Mulgan ritiene che il mondo abbia compiuto passi da gigante nel campo della salute, accumulando una straordinaria quantità di conoscenze, ma ritiene anche che ci sia ancora molta strada da percorrere per raggiungere un’organizzazione ottimale di tali conoscenze.

Il caso del istema sanitario nazionale britannico

Attualmente, nella maggior parte dei casi, gli esempi pratici di intelligenza collettiva arrivano dalla combinazione di esseri umani e macchine, organizzazioni e reti. Uno dei più validi assemblaggi di intelligenza collettiva esistenti è alla base della gestione delle cure oncologiche del National Health Service, il sistema sanitario nazionale britannico, e opera mediante il National Cancer Registration and Analysis Service.

Mulgan evidenzia come questo servizio possa fare affidamento su una straordinaria impresa organizzativa, che opera in maniera occulta ma che simboleggia il modo in cui molti servizi pubblici e interi sistemi potrebbero essere gestiti in futuro. È infatti capace di confrontare i dati di migliaia di cartelle cliniche, tra cui quelle dei trecentomila nuovi casi di cancro che si registrano ogni anno in Inghilterra. Raccoglie poi diagnosi, risultati di scansioni, immagini e informazioni su cure già seguite. Per aiutare i pazienti nella scelta tra le diverse possibili terapie, i dati sono elaborati con strumenti predittivi.

Dove e quando necessario, i dati vengono combinati con informazioni genetiche o altri insiemi di informazioni per stimare la probabilità che la malattia porti all’indebitamento o alla depressione, o con informazioni su ricerche di mercato per affinare l’efficacia dei messaggi in materia di sanità pubblica. Tutto questo insieme di informazioni viene poi impiegato nell’attività quotidiana per orientare le decisioni dei medici e, sempre più spesso, anche dei pazienti. Il suo valore è evidente e anche ai pazienti che possono accedere personalmente ai dati. Ed è di certo questo che gli assicura una relativa certezza di finanziamento (si aggiudica una parte dei quasi 10 miliardi di sterline destinati ogni anno alla cura del cancro).

Per Mulgan la medicina globale diventerà probabilmente quanto di più simile possibile alla forma di un assemblaggio definitivo, che combini raccolta dati, interpretazione, sperimentazione e organizzazione sistematica della memoria. E che in un prossimo futuro potrebbe essere capace di riunire tutti questi elementi all’interno di reti di sensori e dispositivi da impianto per la raccolta di dati e la distribuzione di farmaci e di campioni da analizzare.

In questo, la medicina è avvantaggiata dalla sua relativa ricchezza, dal grande valore che riveste e dalla sua natura globale. Tuttavia, solitamente, questi assemblaggi devono affrontare molte difficoltà sul piano economico. Possono funzionare bene all’interno di imprese private (come Amazon), o se i costi vengono coperti da aziende eccezionalmente redditizie (come Google). In teoria, potrebbero essere finanziate allo stesso modo con cui sono finanziati i circoli, con piccoli pagamenti da parte di tanti utenti. In molti casi, però, se mancano le sovvenzioni da parte delle istituzioni e dei contribuenti potrebbero essere destinati a esaurirsi nel tempo.

Intelligenza più umana

Un aspetto che Mulgan tiene a sottolineare è la difficoltà del sistema attuale a dimostrarsi umano in diverse situazioni. In questo senso cita come esempio la condizione in cui può trovarsi un’anziana signora in una qualsiasi metropoli. Data l’età, la signora con tutta probabilità potrebbe soffrire di una serie di malanni cronici, ma anche essere soggetta a eventi acuti o crisi che la costringono a entrare e uscire dall’ospedale. Come conseguenza, ci potrebbe essere un’alta probabilità che si tratti di una persona “ad alto rischio” e, quindi, ad alto costo per la sanità pubblica.

Non è poi così peregrino ipotizzare che sia una donna sola, senza amicizie né famigliari. Questa donna non sarà certo contenta della sua situazione e neanche di dover interagire con molti sistemi formali che non capiscono appieno le sue necessità. Anche quando i singoli elementi del sistema funzionano bene, gli effetti complessivi dei vari elementi, che singolarmente sono stati ottimizzati, sono ben lontano dall’essere ottimali. Una migliore prevenzione, una migliore cura a casa, un maggiore supporto emotivo e risposte rapide e più efficaci alle eventuali piccole crisi le migliorerebbero di molto la vita. Mulgan sostiene che ciò di cui avrebbe bisogno è un’intelligenza collettiva capace di osservare, memorizzare e mostrare empatia e che sappia gestire un patrimonio cognitivo comune sulla sua malattia. Il sistema attuale, però, fa fatica a svolgere queste funzioni.

Le conoscenze affidabili

Un altro esempio di efficace impiego dell’intelligenza collettiva che cita Mulgan è rappresentato dalle conoscenze affidabili in materia di salute. Una valida guida su come affrontare una malattia o certi sintomi ha un grande valore ed è anche un bene comune, perché è basata sull’evidenza empirica ed è frutto di una sintesi ottenuta da studi su enormi quantità di dati e conoscenze. Alcune parti di questo sapere sono un bene comune frutto del lavoro del servizio sanitario nazionale britannico e di progetti come la Cochrane Collaboration.

Al contrario, come visto in precedenza, i dati raccolti attraverso le quasi duecentomila app sanitarie esistenti, così come l’informazione sanitaria offerta da giornali e riviste, hanno un’affidabilità e una qualità variabili. È immediatamente evidente il valore che potrebbe nascere da un vero bene comune per il sapere sanitario, che coniughi al meglio tutte le conoscenze affidabili in modo fruibile, con chiare indicazioni sulla solidità dei dati empirici su cui sono fondate.

Oggi esistono oggettive difficoltà anche nel collegare l’osservazione all’azione e a integrare determinati dati nel lavoro quotidiano dei professionisti e nella vita dei cittadini. Per ovviare a questo problema, l’informazione prodotta dovrebbe essere accessibile, significativa e tempestiva. Per certi versi, gli assemblaggi sono progetti tecnici, ma, sottolinea Mulgan, risultano utili solo se si collegano all’azione.

Questo comporta una notevole complessità nei comportamenti, nelle culture e nelle norme organizzative, tutti aspetti che potrebbero risultare più faticosi della progettazione di sistemi e di algoritmi per la registrazione dei dati. A livello globale, però, si comincia a vedere come un’ampia gamma di risorse – dalle reti di satelliti ai laboratori delle università, dai funzionari della sanità pubblica agli insegnanti – potrebbe coordinarsi per dar vita a qualcosa di simile a un unico cervello e a un vero sistema nervoso globale.

Il rapporto con l’intelligenza artificiale

Mulgan evidenzia però un grande rischio: nei decenni a venire l’intelligenza collettiva potrebbe non riuscire a tenere il passo dell’intelligenza artificiale. In pratica, potrebbe accadere che le nuove generazioni vivano in un futuro in cui un’intelligenza artificiale particolarmente evoluta operi all’interno di sistemi inadatti a prendere le decisioni più importanti. È però un rischio che va corso perché è attraverso l’intelligenza collettiva che si può arrivare a risolvere alcune delle più grandi problematiche a livello globale, attuali e future. Per le istituzioni, la crescente importanza di un’intelligenza collettiva consapevole rappresenta una sfida cruciale e richiede una nuova definizione di confini e ruoli.

Ogni organizzazione ha bisogno di raggiungere una maggiore consapevolezza riguardo ai modi in cui osserva, analizza, ricorda e crea e al modo in cui impara dalla pratica: correggendo errori, adottando nuove categorie quando quelle vecchie non funzionano e, talvolta, inventando modi di pensare completamente nuovi. Ogni organizzazione deve trovare il giusto equilibrio tra quelli che Mulgan definisce il silenzio e il rumore: il silenzio delle vecchie gerarchie, che nessuno osava sfidare o ammonire, e la cacofonia di un mondo di reti che ospita un’infinità di voci.

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