Big data, Microsoft: alla sanità servono tante piccole soluzioni

Vista da fuori, per il mondo della Sanità italiana la sfida per i Big Data rischia di sembrare troppo grande da poter essere affrontata con successo in tempi brevi. Prima ancora degli effettivi ostacoli, veri o presunti che siano, è proprio questo approccio però il problema maggiore. Pensare cioè di poter affrontare in blocco una questione così ampia e articolata.

«In effetti dal nostro punto di osservazione la Sanità è ancora distante dal poter affermare di saper gestire i Big Data – spiega Veronica Jagher, director industry solutions-healthcare di Microsoft -. Sicuramente, i dati vengono raccolti, quanto però alla possibilità di incrociarli e tradurli in informazioni con i necessari requisiti di varietà, velocità e validità, parliamo soprattutto di fase sperimentale».

Gli esempi virtuosi non mancano, a partire da strutture rinomate in tema di innovazione tra cui l’ospedale San Raffaele di Milano o l’Istituto Oncologico Veneto di Padova. Luoghi dove la ricerca occupa un ruolo importante e quindi più propensi a considerare tutti gli aspetti dell’innovazione.

Anche per tutti gli altri però, le possibilità sono evidenti, a condizione di aggiustare il tiro. «Dove tanti spesso si spingono ad affermare di poter risolvere i grandi problemi affidandosi alla tecnologia – prosegue Jagher -, il nostro approccio è invece più mirato. Riuscire ad applicare la tecnologia in un ambito più specifico, per risolvere i problemi dove l’uomo da solo non può arrivare».

Un passo per volta

In pratica, invece di affrontare una sfida impari per dimensioni, si cerca di spezzarla in più confronti di minore portata e quindi minore difficoltà. Una volta risolto, ogni tassello contribuirà quindi a costruire nel tempo la soluzione completa.

«Per esempio, consideriamo un’immagine ricavata dall’arteria aorta – spiega Jagher -. In paziente con arteriosclerosi, il clinico riconosce visivamente la differenza rispetto a una sana e compila un referto. Si tratta di informazioni difficili da inserire in procedure IT standard. La sfida in questo caso è organizzare la raccolta in modo da ottenere informazioni utili per applicare strumenti di intelligenza artificiale e arrivare a un’analisi qualitativa. Solo a quel punto questa parte di automazione può entrare in un processo clinico, perché così si rende misurabile l’esperienza del personale clinico».

Per quanto una parte minima nell’universo della Sanità, un processo comunque lungo e complesso, utile a far capire quanto imponente sia la trasformazione indotta dai Big Data. Il primo passo è a monte del personale medico, serve infatti arrivare a definire standard nella raccolta dei dati. A partire da questi, costruire modelli e infine avviare sperimentazioni dalle quali ricavarne uno predittivo. Il tutto, senza trascurare le questioni legate al consenso nella raccolta di dati personali e l’impiego esclusivo a fini di ricerca.

«Certamente, parliamo di processi lunghi e complessi. L’importante è però sottolineare la possibilità di suddividere un grosso problema in tante piccole domande, più semplici. Per tutti, la sfida più importante è mettere in comunicazione competenze e abitudini di un clinico con quelle molto diverse dell’IT». Candidati ideali ad assumere il ruolo di pioniere, gli ospedali con polo universitario, i luoghi dove entrambe le competenze convivono naturalmente.

Una consapevolezza diffusa, tanto quanto la portata della sfida, non solo in Italia. Poco più di un anno fa infatti, nove ospedali universitari europei, tra cui il San Raffaele, si sono riuniti per condividere le rispettive  competenze in materia di assistenza sanitaria, ricerca e istruzione, fondando così l’European University Hospital Alliance.

I vantaggi di uno standard

Dal punto di vista della tecnologia, il primo problema da affrontare è la compatibilità dei dati. Quelli esistenti, hanno una serie imprecisata di formati diversi, quindi scarsamente utilizzabili se non allineati. Tra le priorità della collaborazione europea, proprio la definizione di standard e il superamento del concetto di silos. Solo a questo punto si potrà passare al livello successivo, passare cioè la palla alle aziende incaricate di sviluppare applicazioni.

«Dal nostro punto di vista, puntiamo alla creazione del cosiddetto Data Lake – riprende Jagher -. Una infrastruttura capace di raccogliere dati da qualsiasi applicazione o reparto. Una volta realizzata, si può pensare agli algoritmi per rispondere alle esigenze di diagnostica o ricerca».

Un obiettivo più vicino di quanto si possa credere. Un ospedale di Helsinki può già offrire un ottimo esempio, raccogliendo e correlando dati dalle cartelle cliniche, dalle visite ambulatoriali, dai wearable e perfino dalla domotica. In questo modo, la cartella clinica di trasforma da documento di archivio a strumento dinamico pronto a rispondere alle domande degli operatori sanitari.

Lavoro di squadra

Per guadagnare tempo, è importante agire in parallelo. Mentre cioè Microsoft lavora alla messa a punto della piattaforma Big Data, spetta ai partner iniziare a studiare il problema per mettere a punto le vere e proprie soluzioni. «Servono competenze molto verticali, tenendo conto anche di normative rigorose e dei relativi standard. Bisogna anche sapersi muovere in modo trasversale tra i diversi temi sanitari, con il valore aggiunto di saper dialogare anche sul piano sanitario».

Dal punto di vista degli operatori IT, i tempi sono certamente maturi per iniziare a sviluppare le soluzioni e avviare le collaborazioni con le strutture. Dal canto suo, Microsoft si dice già a buon punto nella possibilità di supportare progetti concreti. «Stiamo lavorando per analizzare il consumo di farmaci ai fini di uno studio sullo stato di salute, applicando principi di intelligenza artificiale e machine learning . Credo sia possibile raggiungere qualche risultato già nel corso dell’anno, anche se prima di parlare di un vero e proprio impatto sul sistema sanitario nazionale sarà necessario aspettare molto più a lungo».

Uno degli aspetti più importanti però, è la consapevolezza di avere tra le mani gli strumenti per un cambiamento epocale nel mondo della Sanità, e di iniziare a cogliere i primi risultati di un immane lavoro con i Big Data. «Nei quattro anni da quando ho iniziato a occuparmi di questo tema in Microsoft ho assistito a un grande cambiamento – conclude Jagher -. All’inizio, palare di cloud o di dati in generale sembrava fantascienza. Oggi invece, è già diverso. Il cloud è diventato un’opportunità, viene considerato una piattaforma abilitante e servirebbe solo maggiore organicità nella crescita. La decisione di agire spetta sempre alle singole strutture, ma la capacità di avviare progetti cresce e inizia a manifestarsi».

 

 

 

 

 

 

 

 

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