Elettrostimolazione, con una piccola scossa la memoria ritrova cinquant’anni

Rob Reinhart, assistente di psychological and brain sciences, insieme a John Nguyen, BU doctoral researcher della Boston University, è una coppia di studiosi impegnata da tempo nello sfruttare le potenzialità dell’elettrostimolazione per migliorare la memoria nelle persone sui settant’anni. L’obiettivo ambizioso è riportare le prestazioni mezzo secolo indietro, al livello di un ventenne.

Obiettivo non così lontano come potrebbe sembrare. Alcuni risultati infatti, sono già stati pubblicati nel numero di aprile di Nature Neuroscience, con un’attenta analisi delle cause e possibili indicazioni su come intervenire proprio grazie all’elettrostimolazione.

Rob Reinhart, assistente di psychological and brain sciences, Boston University

A vent'anni si inizia a perdere la memoria

Il problema sorge perché a partire già dai vent’anni nelle prime aree del cervello la trasmissione dei segnali inizia deteriorarsi. Intorno ai trent’anni, possono esserci aree totalmente disconnesse e quindi non più in grado di far lavorare al meglio i rispettivi neuroni. Intorno ai sessanta, il potenziale insorgere di malattie come l’Alzheimer è proprio dovuto a un’ampia diffusione di questa situazione

La conclusione di Reinhart e Nguyen è di quelle importanti, dalle quali potrebbe scaturire una potenziale svolta. Intervenendo con un’elettrostimolazione non invasiva, la situazione può drasticamente migliorare, riattivando zone del cervello non più attive, anche da tempo.

Messo alla prova su un gruppo di volontari con età diverse, i risultati non hanno tardato ad arrivare. Con 25 minuti di stimolazione leggera, la differenza tra soggetti di 25 anni con quelli più avanti nell’età, tende a diminuire, se non azzerarsi del tutto. L’effetto è durato per tutti i 50 minuti di osservazione dell’sperimento, oltre i quali per il momento si è preferito non spingersi.

Ristabilire i giusti collegamenti

Due i meccanismi inquadrati dagli studiosi interessati dal lavoro legato all'elettrostimolazione, accoppiamento e sincronizzazione. In estrema sintesi, per accoppiamento si intende quando diverse sequenze di onde cerebrali si coordinando per aiutarci nel processo di memorizzare un informazione. Si tratta di un’attività non intensa nella parte frontale del cervello, onde theta a bassa frequenza, con un ruolo simile al direttore di un’orchestra. Queste vengono inviate alla parte posteriore, per accelerare le onde gamma, in alta frequenza, con le quali si coordinano. L’insieme contribuisce a formare la memoria.

Per esempio, un’onda gamma elabora il colore di un oggetto, mentre un’altra può memorizzarne la forma. Una terza l’orientamento, poi un eventuale suono e cosi via. È proprio quando viene a mancare la connessione tra onde theta e onde gamma che iniziano i problemi. In pratica, l’intera orchestra va fuori tempo.

La sincronizzazione invece riguarda le onde theta provenienti da diverse aree del cervello e permettono proprio la comunicazione tra di esse. È un processo utile per fissare la memoria, combinando i singoli dettagli in una descrizione coerente. Negli anni questa sincronia tende a scemare.

Un’altra osservazione interessante di Reinhart e Nguyen riguarda i possibili scenari. Tra i due estremi di attività in piena efficienza e difficoltà a livello Alzheimer, si manifestano diverse situazioni dove l’accoppiamento continua a funzionare egregiamente, mentre a cedere è la sincronizzazione. O, viceversa.

Ora però non è necessariamente più un processo irreversibile. L’elettrostimolazione permette proprio di riattivare questi percorsi cerebrali, ripristinando quindi la capacità di continuare a immagazzinare ricordi. Come hanno verificato gli scienziati, un’opportunità utile anche a un discreto numero di giovani. In quattordici tra i volontari in età più verde, hanno infatti tratto benefici dall’applicazione.

Prospettive oltre il ricordo

Non si tratta solo di migliorare la memoria. La serie di potenziali benefici va allargata a capacità di concentrazione e abilità nell’affrontare situazioni impegnative a livello mentale, facilitando la ricerca di una soluzione.

Lo scenario apre ora prospettive molto interessanti per la messa a punto di terapie e relativi strumenti. Facile prevedere, anche qualche discussione sull’effettiva validità della teoria. Giusto per fare un esempio, nei commenti, il dottor Peter R. Breggin stronca senza mezzi termini l’intera teoria, accusando addirittura l’elettrostimolazione di danneggiare le cellule cerebrali.

In ogni caso, sul mercato, dispositivi di elettrostimolazione per il cervello non mancano. Tra i più recenti, proprio  in questi giorni, la danese Platoscience ha lanciato la fascia smart PlatoWork.

Fino a oggi però, mancava un supporto scientifico, del quale i due studiosi statunitensi hanno posto le basi. Nel mondo e-health si apre quindi un nuovo mercato il cui potenziale è tutto da scoprire, e promette già bene.

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